Resilienza: quando la forza di reagire diventa un imperativo
- CCPT
- 31 ott
- Tempo di lettura: 3 min
Dott.ssa Maria grazia Pasquale
“Se c'è una cosa che mi fa spaventare del mondo occidentale
è questo imperativo di rimuovere il dolore”
Brunori Sas

Viviamo in una società che ci spinge ad essere costantemente forti, positivi e resilienti, dove la tristezza è considerata un ostacolo da eliminare in fretta, un segno di debolezza, quasi fosse un errore da correggere. Ma siamo meno forti se ci autorizziamo a provare dolore e a stare in quel dolore? Davvero siamo troppo vulnerabili se ci concediamo di attraversare momenti difficili? La verità è che siamo così concentrati ad eliminare la sofferenza da non permetterci il diritto di viverla.
Oggi si parla tanto di “resilienza”, riferendosi alla capacità di superare le difficoltà e di adattarsi. Ormai questo termine è diventato un mantra: sui social, nei discorsi motivazionali, persino nelle aziende si abusa della parola resilienza. Siamo costantemente bombardati da frasi come “tieni duro”, “non mollare mai”, “trasforma ogni difficoltà in un’opportunità”, “ciò che non uccide ti fortifica”.
Ma quando questo concetto si trasforma in un imperativo a rimuovere il dolore, in un obbligo a rialzarsi in fretta, senza lasciare spazio alla fatica e alle fragilità, il suo significato originale si svuota, si snatura. E così rischia di diventare una voce esterna che ci schiaccia, che ci fa sentire inadeguati e sbagliati proprio nei momenti in cui avremmo più bisogno di essere accolti e compresi. Ci spinge a rialzarci e a sorridere subito, come se restare nel dolore fosse un errore.
La tristezza e il dolore infatti, sembrano essere diventati un problema da risolvere in fretta, piuttosto che emozioni da attraversare con i propri tempi e le proprie risorse. Eppure svolgono una funzione fondamentale: ci aiutano ad elaborare perdite e delusioni e, in qualche misura, ci consentono di dare un senso a ciò che stiamo vivendo.
Accogliere queste emozioni non vuol dire lasciarsi sopraffare: bisogna dar loro lo spazio per essere vissute e permettere loro di trasformarsi in qualcosa di nuovo.
Mostrarsi fragili e tristi non è segno di vulnerabilità, ma di autenticità.
Infatti, la resilienza, nel suo significato originale, non si riferisce ad una gara a chi si rialza più velocemente, né ad un obbligo a trasformare ogni difficoltà in un’occasione di crescita immediata. È piuttosto la capacità di attraversare il dolore con i propri tempi, senza vergognarsi della fatica o della fragilità.
Essere resilienti non significa negare la tristezza, ma riconoscerla come parte integrante dell’esperienza umana. Ci saranno giorni in cui ci sentiremo abbattuti, in cui avremo bisogno di fermarci e accogliere la nostra vulnerabilità senza sentirci inadeguati e concedercelo è un atto di profonda cura verso noi stessi.Forse dovremmo smettere di chiederci come superare le difficoltà più in fretta possibile e iniziare a domandarci come poter stare accanto a noi stessi con gentilezza mentre attraversiamo dei momenti faticosi.La vera forza non sta nel nascondere le proprie ferite, ma nel concedersi il tempo e lo spazio per guarirle.E questo, forse, è il gesto più autentico di resilienza. Non sempre la forza si vede nei passi avanti o nei sorrisi forzati: a volte consiste nel restare fermi, respirare e riconoscere che qualcosa fa male. È anche sapersi dire “oggi non ce la faccio” senza sentirsi sbagliati, accettando che ci sono momenti in cui non abbiamo voglia di reagire, ma solo di stare.E va bene così, perché anche questo è un modo per prendersi cura di sé.
La resilienza, in fondo, non è essere sempre forti, ma ricordarsi che possiamo essere veri anche quando ci sentiamo persi.




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