Il dilemma della pizza all’ananas
- CCPT
- 17 ott
- Tempo di lettura: 5 min
Come le paure dei nostri genitori hanno influenzato il nostro approccio all’esplorazione delle novità
Dott.ssa Imma D'Alessandro

Tempo di lettura: 7 minuti
Qualche tempo fa mi è tornato in mente il ricordo di quando, negli anni dell’adolescenza, durante un viaggio in Spagna mi ritrovai ad assistere ad una discussione abbastanza tipica quando si va in vacanza con gli amici:
“Dove andiamo a mangiare?”
Ed ecco che il gruppo si spaccò in tre:
il primo gruppo composto da coloro che, in posti nuovi, vogliono assaggiare tutto, provare ogni novità, girare senza mappa, adattarsi alle usanze e alla cultura del luogo, sono incuriositi dalla vita dei local e provano ad imitare questi ultimi come possono.
il secondo gruppo, invece, solitamente meno intraprendente, cerca le catene di fast food mondiali, con i loro menù sempre uguali, oppure preferisce ristoranti o pizzerie sedicenti italiani. Alla proposta di un locale in cui i piatti sono tipici del luogo, solitamente entra con diffidenza, prova a studiare il menù capendo cosa possa assomigliare a un piatto conosciuto, piuttosto non mangia e solitamente torna dalle vacanze con qualche chilo in meno, facendo sempre preoccupare la mamma.
il terzo gruppo, invece, vuole solo mangiare, basta che si mangi decentemente e ci si vada in fretta, perché si è fatto già tardi. E comunque non capisce cosa si aspettasse il primo gruppo dal secondo, dato che anche quando si esce il sabato sera vengono proposti sempre gli stessi posti, pena la mancata partecipazione alla cena.
La discussione si è ripetuta più volte durante quella settimana, praticamente ad ogni pasto, concludendosi con un “se vuoi mangiare come a casa tua, criticare tutto e dichiarare schifo per tutto, stai a casa tua e non rovinare la vacanza agli altri!” che ha irrimediabilmente rovinato il viaggio, nonché l’amicizia.
Tornata a casa, si era sicuramente infranta l’illusione che bastasse essere amici per andare d’accordo in ogni situazione, ma all’epoca non mi ero di certo spiegata perché il secondo gruppo reagisse con disgusto, un po’ di ansia e il totale rifiuto di qualsiasi esperienza (culinaria e non) che si discostasse da quelle già note.
Durante la mia formazione sono poi venuta a conoscenza del concetto di “sistema motivazionale esplorativo”, ovvero il bisogno di esplorare ed essere assertivi, coinvolto nella ricerca del piacere (Lichtenberg, 1989).
Quella esplorativa è una capacità innata: la possiamo osservare nel bambino molto piccolo, che tutti noi - senza nemmeno sapere bene perché - tendiamo a intrattenere con oggetti colorati, magari sonanti, nuovi, suggerendo un’esperienza di piacevolezza e stupore (sto parlando del classico “Guarda che c’è qua! Wow che bello, com’è colorato, ma questo che fa? Suona? Wooooooow!”) sperando che questo attragga l’attenzione del bambino. Ma perché il bambino dovrebbe essere coinvolto da un oggetto solo perché è nuovo o produce dei suoni?
Se un bambino ama esplorare il mondo, è sia perché questo lo aiuta a creare relazioni con gli altri, sia perché lo fa sentire capace e sicuro di sé. Il vissuto emotivo del bambino sarà caratterizzato dal modo in cui l'adulto reagirá alla sua esplorazione. Queste emozioni nascono grazie alle interazioni ripetute con l’adulto: il modo in cui l’adulto risponde, con attenzione e partecipazione, aiuta il bambino a dare senso a ciò che prova. Quando queste emozioni si ripetono in modo coerente, il bambino inizia a riconoscerle e a cercarle. La reazione di sorpresa, gioia, interesse, paura, la soddisfazione derivata dalla manipolazione di un oggetto esterno, sono tutte esperienze che creano un'aspettativa nel bambino. A mano a mano che questa aspettativa si consolida, la piacevolezza di questa esperienza diventerebbe lo scopo dell'esplorazione stessa e il bambino tenderá ad esplorare di più o di meno.
Faccio un esempio.
Avete presente quel giochino sonoro che riproduce i versi degli animali a seconda di dove si fermerà la freccia che avrò attivato tirando una leva?
(Se non sono stata sufficientemente brava a descriverlo, ecco un video tratto da “I Griffin” in cui Peter fa un test di matematica e lo usa al posto della calcolatrice).
Ecco, il successo di quel gioco è dovuto anche al fatto che, ogni volta che riesco a tirare quella leva, accadrà sicuramente qualcosa, avrò un effetto sul mondo in parte prevedibile (so che ascolterò il verso di un animale), in parte imprevedibile (non posso sapere quale animale sarà selezionato).
Quindi, quando presento un oggetto ad un bambino, quell’oggetto sarà esplorato in ogni sua parte.
Ma come?
Afferrandolo, maneggiandolo, assaggiandolo, osservandolo, battendolo contro superfici, lasciandolo cadere molteplici volte in virtù di quella ripetizione di cui ha bisogno per crearsi uno schema causa-effetto.
Adesso, immaginatelo fare queste azioni con il cibo.
Il bambino, che segue il suo istinto, prova ad afferrare il piattino dentro cui è contenuto il suo pasto. L’adulto - temendo che se lo rovesci addosso - lo allontana ancora di più. Oppure, il piatto è a portata di mano e il bambino, incuriosito dai colori del cibo, tenta di toccare il cibo, stringerlo tra le dita, schiacciarlo. L’adulto interviene subito, pulendogli le mani. Il bambino vuole avere il suo cucchiaio, quindi l’adulto gliene fornisce uno, mentre lo imbocca con un altro. Il bambino prova ad imitare il gesto, ma - in assenza della finezza dei movimenti - sparge il cibo ovunque e l’adulto gli sottrae lo strumento.
Quante volte abbiamo visto questa scena?
Il bambino è un po’ cresciuto. Riesce ad avere un’osservazione più complessa del comportamento degli altri e guarda gli altri reagire al cibo. Nota che mamma, ogni volta che mangia i legumi, si lamenta di star tanto male perchè le si è gonfiata la pancia, mentre papà non mangia le verdure: lui ne è esonerato perchè non gli piacciono.
Oppure, si mangiano sempre gli stessi alimenti e quando si va a mangiare fuori si commentano negativamente le scelte alimentari degli altri (per non parlare delle porzioni, ma questo è un altro argomento che prima o poi tratteremo), magari associando espressioni facciali di disgusto a espliciti “io non riuscirei mai ad assaggiare quella cosa, che schifo!”.
Ma usciamo dal contesto alimentare.
Il bambino è fuori casa con i genitori e sente - ogni volta che prova a toccare, annusare, avvicinarsi a qualcosa - continui “Non ti allontanare! Non toccare! Che schifo! Ti devo lavare le mani adesso! Vieni qua! Quello è velenoso/pericoloso, non si tocca!!” riferito magari a stimoli che per molti altri sarebbero innocui.
La possibilità di questo bambino di farsi incuriosire ed esperire il mondo viene, quindi, continuamente caratterizzata dall’allarme o dal disgusto espresso dagli adulti, per cui il bambino imparerà che esplorare il mondo è pericoloso, sbagliato, disgustoso, oppure che - sebbene senta una spinta a farlo - il suo tentativo subirà sempre un’interferenza, se non addirittura un interruzione.
Da adulto, questo schema sarà così stabile e la reazione emotiva così antica che sarà difficile far cambiare idea al vostro amico/partner e proporgli di assaggiare il tinto de verano (una bevanda madrilena composta in parte da vino rosso, in parte da aranciata), che avrà un gusto non prevedibile. Preferirà un già noto gin tonic e va bene così.
Probabilmente, al di là del campo alimentare, questa persona conduce la maggior parte della sua vita ripetendo scelte rassicuranti, anche se non sono le scelte “migliori”.
Non c’è da arrabbiarsi, non è un guastafeste e non è funzionale che non partecipi a nessun viaggio perchè “poco adattabile”, ma anzi, una buona esperienza relazionale correttiva potrebbe farlo sentire abbastanza al sicuro da fare qualche piccolo tentativo, sempre a basso rischio, senza esagerare.




Commenti