Cibi buoni e cibi cattivi: esistono davvero?
- CCPT
- 5 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Questo articolo nasce dai temi esplorati durante l'incontro di Noi Non Siamo Pesci del 26 marzo 2026, con la partecipazione ospite di Adriana Chiarelli, nutrizionista e insegnante yoga. Se vuoi partecipare ai prossimi appuntamenti, trovi tutte le informazioni qui.

C'è una domanda che, prima o poi, quasi tutti ci poniamo davanti a un pacco di patatine o a un pezzo di torta avanzato: lo mangio o non lo mangio? Dopo il piacere arriva spesso il senso di colpa, la promessa di compensare così come il calcolo mentale delle calorie da bruciare. Ma da dove viene tutto questo? E soprattutto: esistono davvero cibi buoni e cibi cattivi?
È da questa domanda che siamo partiti durante l'incontro di marzo, con l'aiuto di Adriana Chiarelli, nutrizionista e insegnante yoga, che ci ha guidati attraverso un territorio molto più complesso di quanto sembri.
Il cibo come simbolo di progresso
Per rispondere alla domanda di partenza, bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo. I cibi che oggi definiamo "cattivi" come snack confezionati e merendine, non sono sempre stati visti così. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i cibi pronti e processati rappresentavano il progresso: erano la liberazione delle donne dal ruolo esclusivo di casalinghe, che finalmente potevano dedicare meno tempo alla cucina e più tempo ad altro. Erano, insieme agli elettrodomestici e alla plastica, il volto ottimista di un'epoca in piena espansione economica. Qualcosa, nel frattempo, è cambiato. Oggi quegli stessi cibi vengono spesso trattati come nemici della salute, oggetti del desiderio da tenere a bada, tentazioni da resistere.
Il fascino insidioso dei cibi palatabili
Adriana Chiarelli ci ha introdotto un concetto utile: quello di "cibi palatabili". Si tratta di alimenti caratterizzati da alte concentrazioni di grassi, zuccheri e sale, studiati per essere estremamente gradevoli al palato e per stimolare il sistema dopaminergico legato alla ricompensa. Non sono necessariamente nocivi se consumati in quantità adeguate, ma stimolano l'appetito e rendono difficile fermarsi da un punto di vista meramente fisiologico.
Il significato che attribuiamo a questi cibi, però, va ben oltre la chimica.
Lo sgarro, la colpa, la compensazione
Chi non ha mai vissuto questo scenario: una giornata pesante, un momento di sconforto, e poi il gelato, il cioccolato, le patatine come piccola ricompensa o consolazione. Oppure, al contrario, quel senso di colpa dopo l'aver "ceduto", insieme alla promessa di compensare saltando un pasto o facendo qualche km di corsa in più.
Il linguaggio che usiamo per descrivere il nostro rapporto con il cibo è rivelatore. È un vocabolario morale, non nutrizionale. E come ogni sistema morale, distribuisce colpe e meriti.
Il paradosso contemporaneo
Viviamo in una situazione paradossale: mai nella storia l'umanità ha avuto una disponibilità alimentare così ampia, eppure mai abbiamo vissuto con tanta angoscia il momento di scegliere cosa mettere nel piatto. Sui social proliferano contenuti che condannano o promuovono un certo tipo di alimentazione, spesso in modo contraddittorio: il glutine fa male, il glutine non fa male; i latticini sì, i latticini no; il digiuno intermittente, il pasto ogni tre ore.
Il risultato è che molti di noi si ritrovano a vivere con senso di colpa tradizioni alimentari radicate da sempre nella propria storia familiare e culturale. Il latte e biscotti a colazione, il pane e olio nel pomeriggio, la pasta della domenica: alimenti che portano con sé un senso di appartenenza e di cura, e che vengono improvvisamente messi sotto accusa.
Un'identità nel piatto
Abbiamo affrontato anche una questione identitaria: cucinare con cura, fare la spesa al mercato, scegliere prodotti biologici e organizzare i pasti per la settimana ci rende persone migliori? E al contrario, avere un atteggiamento più pratico (o cedere ogni tanto alla gola) ci rende pigri, superficiali, peggiori?
La risposta, ovviamente, è no. Ma vale la pena chiedersi quante volte ci siamo giudicati, o abbiamo giudicato qualcun altro, attraverso quello che mangia. Il cibo è diventato uno dei terreni su cui si gioca la costruzione dell'identità: quello che mangiamo dice chi siamo, a quale tribù apparteniamo, quali valori incarniamo.
Una sintesi
Quello che oggi percepiamo come sano e buono dipende certamente dall'avanzamento della ricerca scientifica, ma dipende anche e soprattutto dall'epoca storica che stiamo vivendo, dalla cultura in cui siamo immersi, dalle storie che ci raccontiamo sul cibo e su noi stessi. Forse il punto non è trovare la dieta perfetta, ma imparare a stare in relazione con il cibo senza che quella relazione diventi un campo di battaglia.
Il cibo, dopotutto, è anche piacere, convivialità, memoria, cura. E nessuna di queste cose merita di essere accompagnata dal senso di colpa.




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