The Drama: come può manifestarsi la rabbia di chi è vittima di bullismo
- CCPT
- 29 apr
- Tempo di lettura: 6 min
Siamo abituati a pensare alle vittime di bullismo come persone remissive e silenziose, ma tra gli effetti delle vessazioni ci sono ansia e depressione, oltre allo sviluppo di una forte rabbia che può spingere ad agire per riscatto e vendetta
Dott.ssa Imma D'Alessandro

Immagine © The Drama (A24) – distribuzione italiana I Wonder Pictures – uso editoriale senza fini di lucro
Coerentemente con i miei gusti cinematografici, che prediligono le pellicole che promettono una certa dose di angoscia, diversi livelli di lettura e un gran sospiro da parte di chi ha deciso di farsi trascinare al cinema da me, non ho potuto resistere all'uscita di “The Drama”, il cui titolo mi sembrava già una bella promessa.
The Drama inganna, facendoci credere - con la domanda in locandina “Conosci davvero chi ami?” - di andare a vedere una sorta di thriller e poi ti ritrovi a guardare uno spaccato sulla ipocrisia di cui ci nutriamo quotidianamente, nostro malgrado.
Protagonista è una felicissima coppia prossima al matrimonio.
Lui ama tutto di lei, tanto da far piangere il suo testimone quando gli legge parti del suo discorso all’altare.
Lei è adorabile e deliziosa, spontanea, un pelino insicura ma in quel modo tenero che ti fa venir voglia di proteggerla da tutti i mali del mondo.
Il (primo) dramma si consuma quando, in occasione della cena di prova della cerimonia, complice il troppo vino, viene proposto un pericoloso gioco: ognuno deve confessare il suo più torbido segreto. Emma, la futura sposa, si apre con promesso e testimoni su un periodo molto difficile della sua vita: i 15 anni.
Confessa di aver impersonato un ruolo, di aver imitato certi personaggi violenti - nell’intimità della sua cameretta e nella solitudine evidente della sua casa - che sembravano così forti e sicuri di Sé, di aver architettato una sparatoria a scuola, che poi non ha eseguito, perché nei giorni in cui lei aveva programmato la sua spedizione punitiva verso chi la bullizzava ed isolava, qualcun altro ne ha agito una, permettendole quasi di risvegliarsi, ma anche dandole finalmente qualcosa che la faceva sentire dentro ad un gruppo: il dolore e la condanna verso la violenza.
Diventa poi attivista contro la diffusione delle armi in America, entrando in un gruppo scolastico in cui viene riconosciuta per la sua capacità d’espressione, si sente finalmente parte di qualcosa e perde totalmente la voglia e il bisogno di esercitare il potere e la rabbia attraverso l’uso della violenza. Abbandona questa fantasia di sentirsi simile ai violenti, ai forti, a quelli che non possono essere umiliati, perché è finalmente una persona per qualcuno. Va in terapia, riflette su ciò che ha sentito e pensato, diventa una persona adatta alla società, cresce, si evolve.
Ma eccolo, il dramma in agguato.
L’amica critica che le attribuisce azioni mai commesse, la etichetta come un mostro, giudicandola al pari di chi il grilletto l’ha premuto davvero, gambizzando la cugina in un’altra sparatoria.
Il solo pensiero, l'aver fantasticato, basta a costruire un processo alle intenzioni in cui poco importa se sono passati 15 anni e si è una persona diversa: il fatto stesso di averlo pensato ti rende colpevole, o peggio ancora, capace di farlo.
Si crea così una sorta di paradosso: chi, alla stessa età, ha davvero commesso qualcosa si accanisce con violenza contro chi in realtà non ha agito nulla, con una determinazione tale da far sospettare che, per sentirsi meglio con il proprio segreto, abbia bisogno di prendere le distanze con forza, sottolineando quanto quello degli altri sia peggiore e convincendosi che lei non sarebbe mai arrivata a tanto.
Nessuno si pone la vera domanda: cosa porta una persona a sviluppare dei pensieri così aggressivi e violenti?
La protagonista del film, Emma, racconterà al futuro marito devastato dalle nuove scoperte (ma questo è un dramma di cui forse parleremo un’altra volta…) qualcosa in più di quel periodo della sua vita.
Appena trasferitasi con i genitori in una nuova cittadina, le scene che ci vengono proposte la rappresentano sempre sola: al ritorno da scuola, durante i pasti, al pomeriggio, di sera nella sua camera. Talmente era alto il grado di trascuratezza, che lei è libera di imbracciare il fucile del padre (militare) e andarsene per i boschi indisturbata. Spiegherà che, quando ha provato ad usarlo davvero quel fucile, provando a sparare in una zona isolata, ha appoggiato l’orecchio all’arma e questo l’ha resa sorda da un lato. Non ci sono informazioni sulla comunicazione e sulla reazione dei genitori a questo evento, contribuendo ancor di più alla percezione di isolamento della ragazza.
Inoltre, l’ingresso nella nuova scuola non era stato dei migliori: Emma attribuisce questa difficoltà di socializzazione al suo aspetto ancora infantile e sgraziato, tanto da vergognarsi ancora da adulta delle foto in cui è stata ritratta da adolescente. Le nasconde anche al fidanzato, con la paura di essere ancora considerata indesiderabile.
Quando ci sentiamo umiliati, quando qualcuno ci fa un danno, cosa proviamo solitamente? C’è chi prova paura, chi tristezza, chi una forte rabbia.
Emma è sola, senza alcun tipo di difesa, si sente umiliata. Sente rabbia nei confronti di chi la prende di mira senza alcun motivo, insultandola e rendendole la quotidianità continuamente allarmante.Emma sente dolore, sente impotenza, sente vergogna e non sa cosa farsene, perché non può confrontarsi con nessuno.
Non c’è via d’uscita, non c’è soluzione.
Accade, a volte, che la rabbia e l’impotenza diventino così forti da produrre delle immagini mentali violente: vi è mai successo di pensare “avrei voluto colpire quella persona per quanto mi ha fatto arrabbiare?”. Ecco, quella è l’escalation della rabbia verso la violenza.
Dobbiamo pensare alle emozioni come ad una attivazione che cresce progressivamente, se lo stimolo che l’ha generata continua a nutrirla, arrivando ad un picco massimo, per poi scendere più o meno velocemente. Ecco come quella risposta che ci ha provocato fastidio, se è seguita da altri comportamenti che riteniamo pungenti, può farci sentire sempre più nervosi, fino a farci provare rabbia. A quel punto, ognuno di noi agisce in virtù di quella rabbia a modo suo: qualcuno può andarsene dalla situazione fastidiosa, qualcuno può chiedere all’altro di smettere di comportarsi così, qualcuno può urlare o colpire la fonte del suo disagio.
Albert Bandura, psicologo canadese che con i suoi studi ha dato un notevole contributo a ciò che oggi sappiamo del nostro comportamento, ha spiegato molto bene come la risposta aggressiva sia un comportamento appreso. Significa che i bambini reagiscono con aggressività e violenza quando hanno visto qualcun altro farlo, perché l’apprendimento è imitativo.
Se abbiamo visto altri agire dei comportamenti aggressivi come punto massimo dell’escalation della rabbia, diventa anche per noi una possibilità di azione.
Questo non significa che lo faremo, ma che possiamo pensarlo.
La protagonista del film continua il suo racconto dicendo che in quel periodo erano molte le notizie di cronaca su sparatorie e aggressioni in ambiente scolastico e sul web aveva intercettato forum e siti in cui alcune persone assumevano atteggiamenti forti, strafottenti, vestendosi come se fossero in guerra. Nella sua solitudine è rimasta vittima del suo stesso rimuginio. Quel tipo di personaggio è risultato un’alternativa molto più protettiva e rassicurante, rispetto al ruolo della vittima che era stata costretta ad interpretare. Andare dall’altra parte, diventare il più forte, dimostrare di essere capace di difendersi, riscattare l’opinione che gli altri hanno di te come persona a cui poter dire e fare tutto è un rovesciamento evolutivo che protegge dalla percezione traumatica della propria vulnerabilità.
Nel racconto del contesto in cui si è sviluppato il suo inagito piano di rivalsa, Emma ci suggerisce anche cosa le è mancato.
La presenza di un adulto che l’aiutasse a comprendere perché si sentiva così, che desse un nome alle cose e legittimasse la rabbia che provava nei confronti di chi le stava facendo del male. Lo sguardo di un supervisore che non si fidasse così ciecamente di una minore lasciata sola, non perché inaffidabile, ma perché esposta naturalmente ad una serie di pericoli di varia natura. L’intervento degli adulti a scuola, che osservassero e si preoccupassero dell’inserimento scolastico di una nuova arrivata. L’educazione alle emozioni, non quella che è arrivata dopo l’evento tragico, a contenere gli effetti, ma quello preventivo, affinché nessuno rimanga in balia delle proprie confuse emozioni.
Sebbene tutto questo non giustifichi azioni così efferate, ci aiuta a comprendere che anche codeste sono reazioni umane, spesso mosse da profondissimo dolore e da un contesto di solitudine, trascuratezza e mancato riconoscimento emotivo.




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