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Imparare dai gamer come godersi il tempo libero

  • CCPT
  • 7 apr
  • Tempo di lettura: 6 min

In una società in cui il tempo buono è solo quello “pieno” e le attività legittime sono solo quelle “migliorative” appare difficile sentirsi appagati senza dover passare attraverso la performatività

Dott.ssa Imma D'Alessandro



Tempo di lettura: 8 minuti


Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa solo per il puro piacere di farlo? Non perché dovesse venire bene. Non perché dovesse migliorarti. Non perché facesse parte di un piano più grande, di un progetto, di una strategia di crescita personale. Solo per il gusto di farlo.


L’altro giorno, mentre scorrevo distrattamente i social, mi sono accorta di una sensazione sottile ma persistente: non mi sentivo intrattenuta o divertita ma dentro di me si faceva strada sempre più la frustrazione.

I contenuti che mi venivano proposti erano diversi — cucina, sport, viaggi, routine mattutine, meditazione, journaling — eppure il messaggio implicito da me percepito era sempre lo stesso: “puoi fare di più”. Puoi ottimizzare meglio il tuo tempo. Puoi essere più disciplinata. Puoi trasformare ogni momento libero in un’occasione di miglioramento. 

Non c’era nulla di autentico o di ordinario: le ricette erano tutte buonissime, lo sport era tutto sacrificale o eroico, i viaggi erano tutti iper entusiasmanti e trasformativi. Il tempo libero produttivo. Anche l’hobby doveva diventare progetto, e il progetto potenzialmente monetizzabile.


Eccola la performance che si insinua nell’attività meno performativa che esista: lo scrolling. Sei lì a non far niente, guarda gli altri quante cose fanno. Ma non basta fare, bisogna fare bene. E possibilmente meglio degli altri.


Poi, d’improvviso, un disegno brutto.

Non il disegno di un bambino, ma di una donna adulta, della mia età. Una content creator (tra le altre cose) aveva pubblicato una pagina di quaderno qualsiasi — non un blocco costoso, perfetto, “degno” di essere mostrato, quasi che è un peccato usarlo, sprecarlo — con il disegno di un mostriciattolo colorato a pastelli, in un paesaggio indefinito. Nessun progetto dietro. Nessuna strategia di marketing per il suo nuovo brand. Nessuna finalità educativa o artistica. Solo una donna con il desiderio di disegnare e colorare, in un pomeriggio qualunque.

Quel contenuto mi ha colpita più di qualsiasi altro, perché era autentico e inutile. Oserei dire, libero.


Come ci hanno insegnato a confondere il successo con il piacere e la stanchezza con il fallimento

Viviamo immersi in una cultura della prestazione, stimolati ad un paragone continuo con l’altro e, chissà perché, ne usciamo sempre perdenti. Interiorizziamo presto l’idea che il nostro valore dipenda da ciò che produciamo, da quanto siamo disciplinati, da quanto miglioriamo e dal fatto che un Altro riconosca tutto questo con un voto, un aumento, un complimento. Siamo in corsa verso un traguardo che non sappiamo bene dove sia, quindi fermarci ci fa sentire “indietro rispetto agli altri” (quante volte ho sentito questa frase nel mio studio!). Non avendo idea di quando arriveremo e ipotizzando che gli altri stiano ancora correndo mentre noi ci siamo fermati per una pausa, anche il riposo deve essere “di qualità”. Anche il tempo libero deve servire a qualcosa, altrimenti si attiva il biasimo, quella vocina critica che ci suggerisce che siamo dei fannulloni.

Quando il piacere non è legittimato, viene sostituito dalla performance: se ci rilassiamo dobbiamo farlo bene.

Molte persone che incontro in studio raccontano la stessa dinamica: “Sono stanca, ma nel tempo libero devo fare qualcosa di utile. Se non lo faccio, mi sento in colpa, se sto ferma mi sale l’ansia”.

Abbiamo associato l’immagine del divano a qualcosa di negativo: pigrizia, spreco di tempo, mancanza di ambizione. Restare fermi diventa simbolicamente pericoloso. Come se nel momento in cui non produciamo, smettessimo di essere interessanti per gli altri, di valere per noi stessi. Così accade un paradosso: siamo esausti, ma non sappiamo riposare. Ci sentiamo frustrati, ma continuiamo ad aggiungere attività. Il problema non è il divano. È l’idea che abbiamo costruito attorno al divano.

Faccio tante cose, la mia vita è piena, non capisco perché non mi sento felice.”

Forse perché stiamo riempiendo il tempo, ma non ascoltando noi stessi.


Questa ossessiva cura di Sè che non ci fa bene

Abbiamo trasformato pure la cura di sé in un’altra area di performance. Dobbiamo prenderci cura di noi in modo corretto, apparentemente consapevole, se possiamo anche consumistico. Ultimamente sui social vedo molte attività di self-care costose, accompagnate da accessori color pastello e promesse di equilibrio e lucidità mentale. L’impressione che ho avuto è che fosse una proposta riservata ad una fascia di popolazione scelta non perché più consapevole di sé ma perché più incline a spendere dei soldi per mostrare di aver abbracciato il proprio benessere con serietà.

In estate, poi, si vedono ovunque foto con l'hashtag “vita lenta”, come se potessimo concederci di stare panciolle per ore solo durante le due settimane di ferie, forse proprio perchè avendo sgobbato tutto l’anno ci sentiamo legittimati a “ricaricare le pile in vista di settembre”, perchè ce lo meritiamo… (che già solo scriverlo mi muove l’ansia nello stomaco). 

Prendersi cura di sé significa anche ascoltare il bisogno reale del momento. E a volte il bisogno reale è vegetare il sabato sera, oppure andare a dormire tranquillo anche se stasera non ho letto, non mi sono allenato e non ho avuto voglia di cucinare le verdure. Non fare nulla senza dover compensare il giorno dopo con palestra, commissioni o pianificazioni ossessive: questa assenza di senso di colpa mi sembra vero benessere.

La lentezza autentica non è preparazione alla produttività, è uno spazio in cui non dobbiamo dimostrare nulla.


Il segreto che i gamer si tengono stretti

Fioccano, invece, i workshop di poche ore. Pensiamo di andare a imparare qualcosa, ma spesso servono solo a riempire un pomeriggio e ad avere qualcosa da raccontare quando qualcuno ci chiede cosa abbiamo fatto ultimamente, ma pochi si trasformano in un vero hobby.


Abbiamo smesso di coltivare ciò che ci piace solo perché ci piace. Se non siamo bravi da subito, perdiamo interesse. Se non produce qualcosa, lo abbandoniamo. Se non è socialmente valorizzato, nemmeno ne parliamo.


E qui che i gamer si impongono come esempio contrastante: coloro che sono capaci di stanziare davanti ad uno schermo per ore, a volte anche giornate o notti intere, senza imparare niente, senza dover uscire, stare in contatto con altre persone dal vivo o sentire di avere l’obbligo di essere un talento al primo colpo. Sono appagati, immersi in un’attività che non migliora il curriculum, non costruisce un brand personale, non rende più interessanti agli occhi del mondo. E per questo vengono spesso giudicati, chissà se sia anche perchè si concedono ciò che noi non riusciamo a fare da tempo: scegliere di fare quello che ci va perchè ci piace, senza doverci giustificare con il mondo perché non abbiamo fatto nulla di utile.


Forse il punto non è fare più cose.

È recuperare il diritto all’inutile.

L’inutile non come spreco, ma come spazio di libertà dalla performance.Come luogo in cui il valore personale non è in discussione.Come esperienza in cui non siamo un progetto da migliorare.

Forse la vera domanda non è: “Come posso usare meglio il mio tempo libero?”ma: “Cosa mi darebbe piacere, anche se non servisse a niente?”



Di seguito un elenco delle cose che farei se avessi (molto) più tempo libero, abbastanza energie e un budget adeguato, in ordine sparso, solo perchè mi va:

  • Andare al cinema di pomeriggio

  • Dormire al sole senza mettere la sveglia

  • Imparare a parlare il francese perchè lo trovo affascinante

  • Partecipare ad un gruppo di lettura mensile senza dover per forza finire il libro

  • Andare dal parrucchiere a farmi fare la piega anche se domani farò sport

  • Visitare tutte le capitali europee senza programmare il viaggio

  • Imparare a ballare l’hip hop e non dirlo a nessuno

  • Cucinare piatti complessi, che richiedono tanti passaggi e tanto tempo in un giorno qualsiasi

  • Giocare di più a beach volley, senza aspettare che il torneo cada nella domenica che ho libera da altri impegni

  • Guardare i film che avrei voluto vedere al cinema ma non ho visto in tempo

  • Lavorare la ceramica per creare delle cose spontanee anche se bruttine

  • Passare il pomeriggio in una bella caffetteria, sfogliando una rivista di mio interesse, leggendo solo i contenuti che mi incuriosiscono e senza bisogno di finirli per forza se mi annoio

  • Fare un corso di teatro perché mi divertirebbe molto fare l’attrice di commedia

  • Trascorrere molto tempo in una libreria, a sfogliare e leggere la quarta di copertina di  tutti i libri che mi incuriosiscono, senza doverli acquistare o leggere per forza a breve, se decidessi di portarli a casa


Di cosa sarebbe fatta la tua lista?


 
 
 

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