PLAID, DIVANO E ORRORE
- CCPT
- 13 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Il brivido con il tasto stop
Dott.ssa Maria grazia Pasquale

È lunedì, hai appena finito di lavorare, fuori piove e non vedi l’ora di tornare a casa. Non perché sia già tutto sbagliato ma perchè oggi è il giorno della tua coccola settimanale. Divano, plaid, computer e una nuova puntata di Elisa True Crime. Di cosa parlerà? Non hai voluto spoiler e non hai visto le anticipazioni nelle storie instagram. Un serial killer? Un rapimento? Una setta? Una psicosi collettiva? Sicuramente sarà qualcosa di tremendo e terribile ma paradossalmente aumenterà i tuoi livelli di dopamina e ti costringerà incollato allo schermo fino alla frase “voi cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti”.
È incredibile come fatti di cronaca così atroci ci affascinino profondamente.
Ci entriamo piano, quasi in punta di piedi, eppure restiamo.
Ma da cosa siamo attratti?
Sicuramente dalle motivazioni che spingono una persona a compiere suddette tragedie. Ma non è solo questo. Ci affascina anche il mistero, l’idea di entrare in una storia che non conosciamo fino in fondo e provare a mettere insieme i pezzi di un puzzle apparentemente impossibile da risolvere. Ed è proprio qui che si apre il primo grande paradosso: ci piace guardare nell’abisso, purché sia qualcun altro a spingersi fin laggiù al posto nostro.
Ascoltare la storia di un omicidio efferato mentre siamo avvolti nella nostra coperta preferita crea un contrasto strano, quasi rassicurante. Il pericolo è “là fuori”, lontano dalla nostra quotidianità, e noi possiamo esplorarlo senza sporcarci davvero le mani, senza pagare il prezzo emotivo di chi quelle storie le vive sulla propria pelle, non esponendoci ad alcun tipo di pericolo.
Il true crime diventa una sorta di parco divertimenti della paura controllata: sappiamo che ci farà rabbrividire, ma sappiamo anche che possiamo mettere in pausa quando vogliamo. È un brivido con il tasto stop.
Ma c’è dell’altro. Ed è forse la parte più scomoda, quella che ci chiama direttamente in causa.
Quando ascoltiamo la storia di un assassino, di una vittima scomparsa, di un caso irrisolto, non stiamo solo consumando un contenuto. Stiamo cercando di capire. Capire cosa?
Vogliamo capire come funzionano le menti devianti: “perchè l’ha fatto?” è una domanda che ci affascina da sempre. Non tanto per giustificare, quanto per dare un senso. È anche un modo per rassicurarci che noi, nella nostra routine fatta di mail arretrate e aperitivi disdetti siamo ben lontani dal trasformarci in mostri, quasi per definire una linea netta tra “noi” e “loro”.
Ci interessa comprendere come si muovono i sistemi di sicurezza e di giustizia.
Siamo spettatori ideali: seguiamo gli indizi, ci improvvisiamo detective da divano e ci indigniamo per gli errori degli inquirenti. È una partecipazione senza responsabilità e senza conseguenze, ed è proprio questo che la rende così irresistibile.
Inoltre, ci fornisce anche degli strumenti per proteggerci: il true crime, visto da un altro punto di vista, somiglia a una guida di sopravvivenza: cosa non fare, quali segnali riconoscere e quali persone evitare. Mentre guardiamo il true crime è come se il nostro cervello prendesse appunti in silenzio, come se dicesse: “potrebbe servirti”.
Infine, quando restiamo agganciati, non stiamo solo osservando l’orrore: stiamo misurando la distanza tra noi e lui.
Ci chiediamo cosa avremmo fatto, se avremmo riconosciuto i segnali, se saremmo stati vittime, carnefici o semplicemente spettatori distratti. In quel momento non guardiamo solo una tragedia: ci guardiamo dentro, e ringraziamo il fatto di essere, almeno per ora, al sicuro.
Il true crime diventa uno spazio sicuro in cui confrontarci con la vulnerabilità, con l’idea che il male non è sempre lontano, evidente, riconoscibile.
In questo confronto, per quanto scomodo, troviamo una strana forma di ordine: una storia con un inizio, uno svolgimento, a volte una fine.
Ed è forse per questo che, quando la puntata finisce, restiamo qualche secondo in silenzio prima di chiudere il computer.
È lunedì, hai appena finito di lavorare, fuori piove e non vedi l’ora di tornare a casa. Il plaid, il divano, il computer acceso. La puntata di true crime, il tuo piccolo rituale.
E mentre ascolti, capisci che non è solo curiosità: è anche un tentativo di mettere ordine, di sentirsi al sicuro, di dare un senso a ciò che fa paura e di guardare l’orrore da vicino senza esserne travolti.E, nel farlo, capire qualcosa in più non solo del male, ma anche di noi.
Finché possiamo chiudere la puntata restiamo spettatori: è questa la distanza che ci protegge. Quando però nella vita reale quella distanza si riduce e qualcuno ti fa sentire in pericolo, è importante uscire dal ruolo di spettatore e chiedere aiuto: contatta i Carabinieri o le forze dell’ordine della tua zona, oppure confrontati con un professionista per valutare la situazione.




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