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ROMANZO PSICOLOGICO: IL MARGINE DELLA NOTTE




Il margine della notte, (Golem Edizioni), di Ferdinando Salamino

È curioso come molte persone – dicevano in una serie tv di qualche tempo fa – contrappongano le espressioni vita e morte come se una fosse agli antipodi dell’altra, mentre sono nascita e morte a essere tra loro opposti. La vita, invece, non ha opposti. A partire da questo pensiero – apparentemente banale – si potrebbero aprire riflessioni non solo sull’unicità della vita e del suo valore, ma sulle opportunità e sfumature che contiene. Proprio come la vita, nemmeno giorno e notte possono dirsi completamente opposti. Un giorno inizia e finisce con la notte. Sono l’uno continuazione dell’altra. E così yin e yang, bianco e nero, bene e male; filosoficamente, non può esserci il primo senza il secondo. Qual è allora il confine che in qualche modo delimita queste macro-categorie su cui gli esseri umani ciclicamente si definiscono? La sfumatura. Diceva bene Paolo Sorrentino in Hanno tutti ragione: “Non sopporto niente e nessuno. Neanche me stesso. Soprattutto me stesso. Solo una cosa sopporto. La sfumatura”.

Un lungo ragionamento iniziale non necessario, ma voluto per contestualizzare un libro che su questo principio, ovvero sul confine incerto che definisce giusto e sbagliato, costruisce non solo la caratterizzazione dei suoi personaggi, ma molto di più, a partire dal titolo: Il margine della notte.

L’autore, lo psicoterapeuta e scrittore Ferdinando Salamino, conosce bene la psiche umana e la riporta sulla pagina con sapienza e attenzione certosina al dettaglio, come aveva già ampiamente dimostrato di saper fare con il suo primo romanzo, l’esordio letterario che in qualche modo l’aveva messo in luce per il suo talento nel noir psicologico: Il kamikaze di Cellophane.

Salamino è laureato in psicologia clinica a Torino ed esercita come psicoterapeuta nel Regno Unito, dove insegna anche Psicologia all’Università di Northampton. Oltre a questi due romanzi, bisogna ricordare che Sangue Bianco, uno dei racconti di Salamino, compare nell’antologia Il tallone di Achille, curata da Massimo Tallone, per Golem Edizioni.

In questo secondo romanzo, pubblicato sempre con la casa editrice torinese Golem, Salamino idealmente segue gli eventi del libro precedente, seppur questa opera possa essere tranquillamente letta in maniera a sé stante, come romanzo autoconclusivo. Anche in questa occasione Salamino fa i conti con il suo talento nel saper costruire una storia avvincente e avvolgente, alternando azione e pensiero, suspense e tematiche sociali. Il libro infatti affronta con coraggio tematiche quali odio, emarginazione, povertà e disperazione, senza mai perdere il ritmo e tenendo il lettore incollato alle pagine in attesa di scoprire cosa accadrà. Come in una storia d’amore. E per dirla proprio come l’autore nel prologo del volume: “L’amore è identico a ogni altra droga”, e così anche l’amore per la lettura di questo libro, dove i numerosi personaggi si incrociano e si mischiano su vite che essenzialmente si misurano costantemente su quel margine. Ma quale vita, in fondo, non lo fa? Qui però Salamino è bravo proprio a tirar fuori le sfumature e renderle nitide, trasformarle e dar loro un colore definito. Lo fa persino nei momenti più complessi da gestire e districare per uno scrittore, con la collaborazione dell'ex Detective della Polizia di Northampton John Fox, grazie al cui aiuto sono così approfonditi e precisi i dettagli delle tecniche di interrogatorio nel libro. Non a caso Fox finisce di diritto tra i ringraziamenti in appendice.

Questa la trama in breve, senza anticipazioni che svelino colpi di scena: Michele Sabella, il protagonista, si è lasciato alle spalle l'Italia, un padre ergastolano e un segreto di sangue. Tutto ciò che desidera è un'occasione per ricominciare e quella sonnolenta cittadina delle Midlands inglesi, con il suo dipartimento di polizia in cui nessuno indaga mai su nulla, sembra il luogo perfetto per dimenticare ed essere dimenticato. Quando però Paulina Szymbova, immigrata polacca con problemi di droga, viene trovata morta nel suo appartamento con un biglietto di addio nella mano, Michele si convince che l'apparente suicidio nasconda qualcosa di più di un semplice atto di disperazione. Contro il parere dei colleghi e dei superiori, intraprende un'indagine solitaria che lo condurrà oltre le tranquille e rispettabili apparenze della città, nelle sue viscere colme di odio e violenza. Mentre nel ghetto di Merchant Court giovani immigrate continuano a scomparire e a morire, Michele è costretto a domandarsi, ancora una volta, quanto sia sottile la linea che lo separa dai mostri a cui dà la caccia.

Nel suo primo libro, Il kamikaze di Cellophane, Michele Sabella si addentrava invece nelle spire di una Milano “aliena e ostile”, dove raccontava in prima persona l’insorgere di una psicosi, la fragilità di sua madre, la violenza di suo padre e l’amore per Elena, una ventunenne anoressica. Michele è guidato dai propri demoni interiori che gli affollano la mente, poi c’è la paranoia, ma anche le intuizioni geniali, seppur talvolta apparentemente illogiche. La linea di continuità tra i due libri sta allora nell’evoluzione di questo personaggio, una sorta di antieroe tormentato che spesso sbagliando fa la cosa giusta, guidato dall’ombra trova la luce e sconvolto dalla vita cerca la verità come principio cardine su cui basare gran parte delle proprie scelte. Al netto dei numerosi punti di riferimento letterari del genere, Salamino riesce a ritagliarsi una sua personalissima voce, un riconoscibile stile di scrittura e una lingua attenta, colta, una grammatica educata e un’ottima capacità nella gestione del ritmo nei dialoghi e nel rendere incisive e scolpite certe frasi, taglienti e repentine, decise e monolitiche. Chissà che Michele Sabella non possa aspirare a diventare un nuovo Schiavone o un Montalbano sui generis, capace di incanalare i conflitti interiori in una dedizione alla verità spesso al limite. Giusto qualche tempo fa su Repubblica è apparso un articolo che metteva in evidenza proprio questo aspetto: “I grandi detective, quelli che hanno segnato la storia, condividono molto spesso alcuni tratti del carattere: burberi, non sempre amanti della socialità, con situazioni sentimentali più o meno disastrate, dotati di grandi e piccole manie personali”. L’articolo cita, tra gli altri, anche grandi nomi come Nero Wolfe, il Philip Marlowe di Chandler, ma anche Maigret e tanti altri. L’augurio allora è che Sabella possa avere lo stesso successo, perché ha tutte le carte per inaugurare una nuova tradizione in quel suo oscillare tra i fantasmi, perché “i fantasmi sono molto più forti”.

Sempre a proposito di temi sociali, ma in questo caso con un risvolto politico, inoltre, in una nota a margine dell’autore viene affrontato il tema della Brexit. Un altro margine su cui si muove e si deve muovere il protagonista della storia e su cui si muove e si deve muovere l’Europa tutta, a dimostrazione, ancora una volta, della sensibilità e dello spirito di osservazione verso il mondo circostante che Salamino dedica a ogni sua parola, a ogni frase, pagina e capitolo.

“Certe cose ti restano attaccate addosso”, è scritto nelle pagine iniziali di questo libro. Mai frase potrebbe essere più vera, in effetti, se si pensa all’effetto che questo libro provoca nel lettore.

Infine, però, resta una curiosità: c’è forse un omaggio all’Ellroy scrittore e maestro del noir in questo libro di Salamino, considerando che uno dei personaggi porta lo stesso cognome? Diceva bene l’Holden Caulfield di Salinger in The Catcher in the Rye: questa sarebbe una di quelle situazioni in cui “vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Oppure meglio non sapere, lasciare un alone di non detto, una trasparenza, un chiaroscuro tra ciò che è reale e ciò che invece non lo è, in un’incertezza che può diventare inquietudine per il suo essere così traballante. Come la vita, come l’amore, come il dolore.


Eugenio Giannetta

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